Plutone, l’arma finale

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Nel corso della storia sono molti i sistemi d’arma realizzati allo scopo di ottenere la superiorità totale sull’avversario. Prima o poi si è sempre trovata una soluzione in grado di attenuarne o annullarne l’effetto. I missili balistici intercontinentali (ICBM) oggi rappresentano quanto di più letale l’uomo sia riuscito a realizzare. Velocissimi, precisi, difficili da colpire, estremamente distruttivi, data la quantità di testate termonucleari a rientro indipendente, sono considerati l’arma finale.

Alla metà degli anni ’50, però, la partita tra i missili intercontinentali da crociera e gli ICBM era ancora aperta. Tra i primi, un progetto  che, se realizzato, avrebbe portato ad un sistema d’arma dalle capacità inimmaginabili.

In quel periodo fiorivano gli studi sull’applicazione dei motori nucleari ai velivoli. Alla fine del 1956,  l’USAF ha emesso il requisito SR-149 per un missile strategico a propulsione nucleare. A gennaio del 1957 è iniziato il programma Pluto (Plutone) per un motore a propulsione  nucleare, il cui sviluppo è stato affidato al Lawrence Radiation Laboratory dell’università della California. Lo statoreattore sarebbe stato progettato dalla Marquardt.

Ad agosto del 1958, le ditte Vought Aircraft, North American e Convair sono state selezionate per condurre lo studio aerodinamico. La Ling-Temco-Vought (LTV), nel 1961, ha ottenuto il contratto di sviluppo del missile, “Aerothermo-dynamics for Pluto”, denominato ufficialmente SLAM (Supersonic Low Altitude Missile). Gli studi e le prove si sono protratti fino alla metà del 1964, dimostrando la fattibilità delle tecniche innovative adottate.

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Il prototipo del reattore TORY-IIA ha iniziato le prove nel 1961, seguito dal più potente TORY-IIC destinato alle prove in volo, spinto nei test a terra del 1964 alla massima potenza di 17237 kg, alla velocità simulata di 2,8 Mach. Aveva un diametro di 1,45 m ed era lungo 1,63 m. Con 60 kg di uranio forniva 600 Mw a 1277°C. I 465000 elementi combustibili, prodotti dalla Coors Porcelain Company, erano in ceramica d’ossido di berillio (BO), mescolata con biossido d’uranio arricchito (UO2) e biossido di zirconio (ZrO2) per la stabilizzazione, compattati ad alta pressione e attraversati da 27000 canali per riscaldare il flusso d’aria ad alta pressione, per le prove fornito da aria compressa. Ognuno degli  elementi era un tubo esagonale cavo di 10 cm con un diametro interno di 6mm. L’obbiettivo era ridurre lo sforzo termico al minimo. Il missile avrebbe utilizzato il motore migliorato TORY-III, mai realizzato.

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Il disegno finale non era ancora definito, così quella visibile è solo la più probabile tra le configurazioni previste. Le dimensioni generali sarebbero arrivate a 26,8 metri con un diametro alla sezione media di 1,5 metri e un peso di 27540 kg. Lo Slam era un missile slanciato ed elegante, privo di ali, con una presa d’aria inferiore, tre grandi piani stabilizzatori angolati a 120° e tre alette di manovra mobili sul muso. Attorno al corpo, in acciaio, erano situati tre booster sganciabili. Se la velocità ad alta quota era più che notevole, quella sostenuta a bassissima quota era semplicemente eccezionale e la struttura era stata progettata per resistere allo sforzo termico ed aerodinamico conseguente, tanto da meritare il soprannome di “Flying Crowbar”. Il cono anteriore era placcato in oro per disperdere il calore da resistenza aerodinamica (720°C).

La missione

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In caso di conflitto imminente, lo SLAM sarebbe partito da uno shelter corazzato o da un vagone ferroviario. Tramite i booster a propellente solido, della durata di 30 secondi,  il missile avrebbe raggiunto la velocità di accensione dello statoreattore nucleare, da 600 MW e 20412 kg/sp, e si sarebbe diretto velocemente verso l’area di attesa, controllato via radio. Qui avrebbe iniziato il volo di crociera a 9100-10700 metri di quota e Mach 3,5. L’autonomia non era un problema: 182000 km, sufficienti per 2 giorni in volo !

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Alla fine del periodo di attesa, avrebbe ricevuto l’ordine di annullamento missione o quello di attacco. In questo caso avrebbe accelerato a 4,2 Mach e, in prossimità della costa nemica, avrebbe planato in lieve picchiata per 3 minuti, iniziando poi il volo di crociera a 150-300 metri d’altezza all’impressionante velocità di 3,5 Mach. Al di sotto della copertura radar, troppo veloce, avrebbe reso insufficiente il tempo di reazione delle difese avversarie. Persino a quella quota, l’autonomia era di ben 21300 km, 5 ore ! Il missile avrebbe impiegato per la navigazione, oltre al sistema inerziale, l’innovativo Fingerprint, poi ridenominato TERCOM (Terrain Contour Matching), con un CEP di 460 metri. Il computer interno avrebbe comparato le mappe radar in memoria con le immagini reali ricavate durante il volo dal radar nel cono anteriore, coadiuvato da un radar anticollisione TAS (terrain avoidance system).

Lo SLAM avrebbe attraversato in lungo e in largo il territorio nemico, l’onda sonica a bassissima quota  non avrebbe distrutto le abitazioni, come spesso riportato, ma avrebbe certamente fatto esplodere le finestre e danneggiato gli infissi. Lo statoreattore nucleare avrebbe nel frattempo diffuso radiazioni nucleari ad alta energia, sia pure per i pochi secondi di sorvolo, e rilasciato polvere radioattiva dallo scarico, contaminando il territorio.  Il reattore non disponeva, infatti, di protezioni contro la forte emissione di neutroni e raggi gamma, a parte quelle destinate al compartimento dell’elettronica e delle testate, dato che il missile non era pilotato. 

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Sugli obbiettivi avrebbe scaricato una singola testata da 20 Mt oppure da 14 a 26 testate termonucleari da 1 Mt, eiettate  da aperture sulla parte superiore. Le cariche avrebbero seguito una traiettoria loft, per consentire al missile di sfuggire all’onda d’urto. Terminata la missione, lo SLAM si sarebbe diretto verso l’ultimo bersaglio, su cui avrebbe impattato, contaminandolo con i resti del reattore nucleare.

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Il progetto prevedeva il primo test dello SLAM nel 1967. Già nel 1964, però, si era messa in dubbio la prosecuzione, vista l’efficacia degli ICBM, invulnerabili e in grado di colpire ovunque. Non era lanciabile dai bombardieri perché troppo pesante. La US Navy, visto il successo del Polaris ha rinunciato all’idea di lanciarlo dai sottomarini. Il missile non sarebbe entrato in servizio prima del 1970. La spesa prevista era molto alta: 50 milioni di $ al pezzo. Non era ben chiaro dove avrebbero dovuto essere eseguite le prove: certamente non sopra gli Stati Uniti, forse sulle isole Wake nel Pacifico, dove i missili sarebbero poi affondati nelle acque profonde 6000 metri, ma la radioattività dispersa e la possibilità di una perdita di controllo non trovavano soluzione. Alla fine si è preferita la cancellazione nel luglio del 1964.

Ma non tutto è andato perduto: il sistema di guida TERCOM ha poi trovato posto sui missili da crociera AGM-86.

Fonti

The Flying Crowbar (G. Harken, Air & Space Magazine,1990

http://www.vought.org/products/html/slam.html

http://www.designation-systems.net/dusrm/app4/slam.html

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