Bristol-Ferranti Bloodhound

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Frutto di un progetto del 1949 denominato Red Duster, il Bloodhound  era un missile superficie-aria a statoreattore. L’arma, realizzata dalla Bristol Aeroplane e dalla Ferranti, era caratterizzata da una insolita disposizione dei booster che non si trovavano in coda, come nei Nike o nei SAM-2, ma attorno al corpo, e risultava perciò estremamente compatta. La prima versione è divenuta operativa nel 1958, dopo un intenso ciclo di prove e numerosi test contro Meteor e Canberra a quote fino a 15000 metri.  Il Bloodhound Mk 1 è stato dislocato in postazioni fisse a difesa delle basi dei bombardieri V.

Il Bloodhound Mk 1 era lungo 7,7 metri con un diametro del corpo di 54,6 cm. Pesava al decollo 2041 kg. I 4 booster Gosling 3, con 204 kg di propellente ciascuno, acceleravano il missile a 1,8 Mach e si sganciavano dal corpo principale dopo 4 secondi. Entravano poi in azione i due statoreattori Boeing-Bristol BT2 Thor 100  da 2041 kg/sp ognuno che, con 155 litri di combustibile, consentivano 80 secondi di volo propulso. La spinta poteva essere variata solo il necessario a mantenere il volo di crociera a 2,2 Mach e permetteva l’intercettazione tra 300 e 18-21000 metri di quota. I motori restavano in funzione per una cinquantina di km. Il raggio d’azione operativo era di 56-64 km ma dipendeva dalla traccia radar: 54 km contro un bersaglio di 20 m2, in avvicinamento a 0,9 Mach a 15240 metri di quota (52 km per 10 m2). Quello massimo teorico raggiungeva i 96 km. Il missile era dotato di  guida semiattiva radar a impulsi, tramite il radar di acquisizione e  illuminazione Type 83 Yellow River (TIR, Target Illumination Radar). Operava in banda F a 4 GHz e passava alla banda I a 10 GHz in fase di illuminazione. Non poteva rilevare i bersagli senza le informazioni fornite dai radar di primo avvistamento. Era previsto il lancio di due missili per bersaglio, con altri due pronti in caso di insuccesso. Ogni “Bloodhound Flight” (il missile era trattato come un aereo) poteva ingaggiare 4 bersagli contemporaneamente.

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Il difetto principale del sistema era costituito proprio dal radar ad impulsi, facilmente disturbabile con varie tecniche di guerra elettronica e sensibile al “clutter”nelle intercettazioni a bassa quota.  In caso di perdita del “radar lock” del  ricevitore non era possibile la riacquisizione del bersaglio. L’elettronica era quasi tutta a valvole con pochi transistor. 

Il missile puntava in rotta di collisione sul bersaglio tracciandolo in elevazione e azimuth, con navigazione proporzionale costante, 6° in beccheggio/imbardata per ogni grado di cambiamento nell’angolo missile/bersaglio. Era dotato di una testata a frammentazione Royal Ordnance di 91 kg con spoletta radar (CW) di prossimità EMI GW2.

Tra il 1959 ed il 1963, nei test di lancio ad Aberporth,  sono stati lanciati 159 Bloodhound Mk 1 contro 100 bersagli paracadutati e palloni, 14 droni Meteor, 27 aerobersagli Jindivik e persino Canberra pilotati con jammer di disturbo (a distanza di sicurezza). Almeno 67 missili sono arrivati entro il raggio della testata (in 7 casi i missili sono stati lanciati a coppie). Una buona percentuale (oltre 40 %), anche se in molti casi la spoletta non ha funzionato per la scarsa traccia radar degli obbiettivi. A Woomera, tra il 1958 e il 1960, sono stati lanciati 64 missili inerti contro i Meteor, ottenendo 45 colpi a segno con 10 centri in pieno (70 %) e altri 21 contro i Canberra, con 11 missili a segno di cui 5 in pieno (52 %). I colpi mancati erano dovuti principalmente al flame-out causato dalla quota elevata. Il Bloodhound Mk1 non poteva manovrare bruscamente oltre i 12200 metri. Contro i bersagli previsti, Tu-16 Badger e Tu-20 Bear, le spolette avrebbero attivato le testate sempre alla distanza corretta.

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Consapevole dei difetti del primo modello, la Bristol ha tentato un deciso miglioramento col progetto Blue Envoy che avrebbe dovuto portare ad un missile a lungo raggio (240 km), più veloce, con “mid course update” e nuova guida SARH ad onda continua (CW). Per ottenere tutto ciò erano stati  sviluppati nuovi statoreattori da 18 pollici. Ma nel 1957, ritenendo il traguardo irraggiungibile, Blue Envoy è stato cancellato.

Dato che la sostituzione degli Mk 1 era comunque necessaria, la Ferranti ha deciso di sviluppare un nuovo missile, migliorando gli statoreattori:  l’Mk 2. In origine avrebbe dovuto comprendere due varianti, la A a guida “command” e testata nucleare, poi divenuta il Bloodhound 3, e la B a guida SARH, convenzionale. Gli studi sulla versione a guida semiattiva  sono iniziati nel 1957 e i missili hanno raggiunto la capacità operativa iniziale (IOC) nel 1964.

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L’Mk 2 era lungo 8,45 metri, con superfici di controllo più grandi, e pesava 2380 kg. L’elettronica era quasi tutta a transistor. Il tempo di ingaggio era stato ridotto con l’introduzione di un computer digitale Ferranti Argus. Il sistema era aviotrasportabile e teoricamente mobile. Le rampe erano ricaricabili in meno di 5 minuti. Il missile ha ricevuto continui aggiornamenti nel corso della lunga carriera, rivelandosi uno dei migliori missili terra-aria mai realizzati.

Quando i radar di primo allarme Type 84 o Type 85 Blue Yeoman avevano localizzato i bersagli, passavano i dati al controllo batterie (LCP) che ne calcolava rotta, velocità e quota. I radar di illuminazione (TIR) Ferranti Type 86  Firelight, con portata di 185 km, su torri alte 9 metri oppure i Type 87 Scorpion  iniziavano il tracciamento. Potevano essere usati anche come radar di sorveglianza, senza richiedere l’aiuto di altri sensori. Operavano in banda I a 8,5-10GHz in onda continua (CW) con un fascio di 0,5° (pencil beam). La potenza emessa era molto elevata: si diceva che a 200 metri potessero “friggere” più di un microonde !

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Ad ogni  sezione Bloodhound  era assegnato un settore di cielo e operava in autonomia, ovviando al malfunzionamento o alla distruzione dei radar di sorveglianza esterni. Ogni aereo rilevato che non avesse volato in una “safe lane”, alla corretta altitudine  e velocità,  sarebbe stato considerato ostile e ingaggiato (i TIR erano privi di IFF). Ogni “Bloodhound Flight” era formato da 2-4 sezioni. Ogni sezione, dal Launch Control Post (LCP), controllava 4-8 lanciatori e un illuminatore. Le rampe ruotavano contemporaneamente nella direzione del bersaglio, asservite tramite antenne sul retro del lanciatore.

Ogni sezione poteva lanciare fino a 4 missili contro lo stesso bersaglio, all’interno della zona “senza scampo”. Il controllore al lancio verificava il livello del segnale (signal to noise). Quando il riflesso era sufficientemente forte, avveniva l’”aggancio” e i computer davano il segnale di  “free to fire”. Un istante dopo veniva selezionato e lanciato il primo missile.

L’accelerazione in partenza era elevatissima. I quattro booster Bristol Aerojet Gosling 4, con 250 kg di propellente solido ognuno, fornivano una spinta totale tra 44868 e 69340 kg per 3,8-4,5 secondi.  Si sganciavano, aprendosi a ventaglio, dopo aver accelerato l’arma a 2,2-2,5 Mach: velocità minima di efficienza dei due statoreattori Bristol Siddeley NGTE BT 3 Thor 200 a propellente liquido da 2930-3569 kg/sp ognuno, con 196-252 litri di combustibile. Il missile a questo punto pesava solo 1814 kg. Così il rapporto spinta/peso arrivava a quasi 4 a 1. Il TCU (Thrust Control Unit)  aumentava o riduceva il flusso di kerosene fino al raggiungimento della quota di 18300 metri e della velocità di crociera ottimale di 2,7 Mach (in climb/cruise mode) per ridurre resistenza e consumo. Garantiva un volo propulso di 161 km a Mach 2,7. Ma i motori potevano variare a volontà la spinta e, combustibile permettendo, la punta massima di velocità poteva toccare i 3,65 Mach. L’Mk 2 poteva intercettare velivoli tra 45 e 23000 metri di quota in volo a Mach 2. La portata operativa a bassa quota variava tra un minimo di 11 e 80 km. Quella ad alta quota arrivava a 140 km, con un massimo teorico di 185 km (bersaglio di 20m2).  

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In crociera, con navigazione proporzionale costante (3° ogni 1°), il missile riceveva il riflesso radar del bersaglio, ma non vi si dirigeva contro direttamente: solo l’antenna ricevente rimaneva puntata in azimuth. Così le manovre erano meno estreme. Giunto in prossimità del bersaglio il missile, ricevuto il comando di “terminal homing”, si dirigeva in picchiata in rotta di collisione, con navigazione proporzionale pura. Il centro di controllo di lancio (LCP) poteva  in qualunque momento, analizzando il comportamento del bersaglio, comandare variazioni di rotta. In presenza di ECM si poteva inserire il missile su una traiettoria differente ed attaccare prima il disturbatore. Era possibile l’attacco terminale anche in salita.

Il bersaglio poteva tentare una manovra di disimpegno. Ma il Bloodhound non manovrava come un missile standard. La configurazione era “canard”. Le ali anteriori di 2,8 metri di apertura e 2,27  metri quadrati si muovevano nello stesso senso o in senso inverso (twist and steer). Il missile virava piegandosi come un aereo, cosa che assicurava una minor perdita di velocità. Inoltre conservava intatta tutta l’energia: gli statoreattori erano ancora in funzione (l’Hercules dopo 30 secondi procedeva per inerzia, perdendo progressivamente velocità e capacità di manovra).In caso di manovre violente, oltre i 5° in beccheggio/imbardata, il TCU interrompeva l’afflusso di combustibile per evitare problemi di compressione o flame-out negli statoreattori (cosa che capitava nell’Mk 1). 

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Le manovre di  lock-breaking erano inefficaci. L’illuminatore era ad onda continua (CW) non un pulse-Doppler: riacquisiva subito il bersaglio. In caso di molti bersagli in formazione stretta il Bloodhound attaccava quello previsto. Oppure si poteva tentare il disturbo radar. Ma il “Dog” era realizzato per operare in ambiente elettronicamente saturo. Era insensibile al chaff. Un’antenna ausiliaria nei radar Scorpion di illuminazione, uguale a quella ricevente nel missile, era utilizzata per determinare cosa stava osservando il ricevitore nel missile. Denominata  “Jamming Assessment Aerial” (antenna di valutazione disturbo), era impiegata per comparazione in presenza di ECM. Inoltre gli Scorpion avevano un raggio elevato di “burn-through”. In caso di disturbi particolarmente potenti il Bloodhound attivava la guida ausiliaria“Home-on-Jam”.

La precisione aumentava in fase di avvicinamento. La spoletta di prossimità radar ad impulsi, dopo un lieve ritardo, attivava la testata “continuous rod” di  179 kg, composta da una carica sagomata di 22 kg di RDX e 14,6 kg di TNT contornata da 365 barre d’acciaio di 50 cm a sezione quadrata di 6 mm di lato, saldate alle estremità. Lo scoppio formava un anello in espansione fino a un diametro di  60 metri, entro 80 metri i frammenti erano letali. L’SSKP stimato variava tra il 40 e il 65 %.  

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Tutte e due le varianti erano predisposte per montare testate nucleari, la Mk1 non le ha mai montate, la Mk2 forse. La presenza di testate nucleari è stata sempre “ufficialmente” smentita. O meglio, di fronte a domande precise, la risposta è sempre stata: “no comment”. 

Il Bloodhound non è mai stato impiegato in combattimento. Nel 1971 il pilota di un aereo di linea Boeing 707 a 11000 metri diretto in Egitto è stato improvvisamente avvisato di non penetrare nello spazio aereo a causa dello stato di guerra. Il pilota, temendo di essere abbattuto, ha spento il transponder e invertito la rotta, picchiando per perdere quota velocemente, dirigendosi su Cipro dove era dislocato un reparto di Bloodhound. E’ stato rilevato come un bersaglio non identificato in avvicinamento a media quota a quasi Mach 1. A soli 10 secondi dal lancio, la riattivazione del transponder ha evitato il peggio.

Durante le esercitazioni, la percentuale di bersagli colpiti era  altissima, con un SSKP del 50-75%. In occasione delle grandi manovre d’aviazione e DCA del 1972, condotte in Svizzera con i missili BL-64, sono stati colpiti 117 bersagli (simulati) su 135 (87 %). I 18 bersagli mancati erano da imputare alle distanze di volo troppo brevi, dovute alla vicinanza con la frontiera.

Il Bloodhound,  prodotto in 783 esemplari (440 gli Mk1), è rimasto in servizio fino al 1991 nel Regno Unito e fino al 1999 in Svizzera (come BL 64). Ha conosciuto un certo successo di esportazione (offerto come “caccia senza pilota a decollo verticale”) visto che, oltre alla Svizzera, è stato esportato in Svezia (come RB 65 e RB 68), in Australia e a Singapore. La prevista vendita ad Israele e a molti altri paesi è stata impedita dagli… Stati Uniti ! E per due  motivi: le ottime prestazioni dell’arma, paragonabili o superiori a quelle degli Hawk e degli Hercules e i contenuti tecnologici (ramjet) di proprietà americana: una certa somiglianza col Bomarc non era casuale. Il prezzo dei Bloodhound, infine,  non era concorrenziale, visto che i Nike Hercules venivano praticamente “regalati” ai paesi  Nato !

Lo sviluppo di altri modelli non fece molta strada. Il Bloodhound Mk 3 (RO166)  era destinato all’intercettazione di bombardieri e missili ICBM. Per ottenere il risultato, avrebbe dovuto montare due nuovi ramjet BS 1009 Thor e nuovi, più potenti, booster. Venne scelta la guida “command” e una testata nucleare Indigo Hammer da 6,5 kT oppure una Gwen da 0,5-2 kT  (quest’ultima si sospetta potesse essere montata anche sui Bloodhound Mk 1 e Mk 2). L’intercettazione degli ICBM nemici, fino a 5 km/sec di velocità, sarebbe avvenuta tra i 9000 ed i 15000 metri di quota. L’idea era di sfruttare l’effetto R1: il flusso neutronico generato da una piccola testata nucleare da 1 kT avrebbe reso inoffensive le testate termonucleari nemiche o ne avrebbe ridotto enormemente la potenza entro un raggio di 720 metri. Si studiarono anche diverse varianti potenziate, come il Progetto 29  con ali più larghe e nuovi statoreattori e il Progetto 36 da Mach 9 bistadio.  Ma tutto venne cancellato nel 1960. Anche il Bloodhound Mk 4, versione mobile per l’esercito,  il similare Bloodhound  21 con minori ECCM per esportazione e il Bloodhound navale, con nuova cellula, non ebbero fortuna.

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13 thoughts on “Bristol-Ferranti Bloodhound

  1. Comunque, era un missile veramente formidabile. Certe armi sembrano fatte apposta per fare sensazione, anche se non so se avrebbero potuto intercettare aerei come i SU-24 (ma sempre meglio degli Hercules, che si dice, sotto i 300 metri fossero praticamente inutili).
    Vorrei chiederti due cose, vista la tua competenza nel settore.

    1- hai idea di quanti radar di scoperta siano stati realizzati del Bloodhound, e quale portata (sicuramente elevata) avessero?

    2- sempre collegato a questo tipo di questione, ma in un altro modello: non riesco a reperire dati sui radar ARGOS di Selenia/Alenia. Sai dirmi se c’é qualche sito che ne parla? In particolare, sarei interessato a sapere numero di sistemi prodotti e portata degli stessi. Non so dove cercare questi dati. Oltretutto non so nemmeno che portata avessero gli ARGOS, a parte che il capostipite venne installato sul Garibaldi inizio anni ’60, ed era accreditato di una lunghissima portata. Ma i tipi dell’AMI non erano dello stesso modello, so che soltanto del tipo Argos 10 ne vennero consegnati 10 o 13, ma ho sentito anche di altri della famiglia di questi radar, come l’Argos 45 che stando al SIPRI, è stato consegnato in ben 45 esemplari alla Francia e ho letto anche dell’ARGOS 75. Tuttavia, so anche che gli ARGOS sono stati sostituiti dai RAT-31, per cui il mistero è fitto. E in generale, non so che tipo di radar fossero presenti sugli aeroporti militari italiani veri e propri per la scoperta e il controllo traffico aereo.

    1. Tecnicamente il Bloodhound, potendo colpire velivoli a soli 45 metri di quota, non avrebbe incontrato problemi particolari con i Su-24 Fencer. Anche in caso di quota inferiore, la testata “continuous rod”, esplodendo sopra il bersaglio, non avrebbe lasciato scampo.
      Il Bloodhound Mk2 impiegava i radar di controllo del tiro Type 86 e Type 87, utilizzabili secondariamente come radar di avvistamento. Avevano una portata massima di 185 km. I radar di primo avvistamento e sorveglianza Type 84 e Type 85 potevano localizzare velivoli ad alta quota a 400 e 640 km di distanza.
      Ecco un sito molto utile : http://www.radarpages.co.uk/ con la lista completa dei modelli.
      Sui radar Argos si trova qualcosa nel libro “100 years of radar” di G.Galati. Il radar Argos 5000 da 5 Mw, sul Garibaldi, aveva una portata di 370 km verso un bersaglio di 2m2 RCS. Altre fonti parlano di 500 km. Da questo è derivato l’Argos 10 per la difesa nazionale. E’ esistito anche un Argos 2000 venduto alla Svezia. Effettivamente è difficile trovare informazioni.

  2. Esiste il sito Nike Missileforum.free, a cui sto chiedendo informazioni, hanno dei forumisti molto in gamba e molto conoscenti dell’argomento. In particolare sono interessato a conoscere la diffusione dei sistemi Spada nei primi anni ’90, che è la data a cui faccio risalire molti dei miei wargames.

    Detto questo, ho capito cosa è l’Argos 2000: la versione 3D dell’Argos originale. Probabilmente è stato venduto alla Svezia (dato ricavato dal SIPRI) come PS-15, era uno dei primi radar 3D disponibili.

    La cosa strana è che anche googlando, non riesco praticamente a trovare informazioni sull’ARGOS 45, eppure il SIPRI dà l’ordine francese per ben 28 pezzi consegnati nel 1991-93, dunque una grossa commessa.

    Fatto molto strano, se vogliamo, solo il decennio all’ordine svedese (pare nei tardi anni ’60), pare che l’AM abbia cominciato a comprare gli ARGOS 10, che però sono sistemi molto più semplici… 2D.

    Come alcuni forumisti rilevano al riguardo sul sito di sopra, la pazzia è stata che poi, appena pochi anni dopo avere rinnovato la rete da difesa aerea con gli ARGOS… questi ultimi siano stati rottamati e sostituiti dai (costisissimi) RAT-31S (3D). Ma non ci potevano pensare prima, che so, ordinando fin dall’inizio l’ARGOS 2000?

    La cosa è andata avanti poi in maniera sempre più incomprensibile (ma onerosissima per il taxpayer), perché siamo già alla 3a generazione di RAT-31, infatti credo che adesso stiano sostituendo anche i RAT-31DL (che erano in servizio da pochi anni) con un altro modello evoluto. Tanto sono solo 50 milioni di euro a pezzo, che sarà mai.

    E forse cose simili, come commentava qualcuno sul sito Nikehercules.forum.free, sono la ragione per cui di certe cose ‘non si parla’ proprio.

  3. 5 MW per l’ARGOS 5000??? Incredibile!!!! Pensavo che potenze dell’ordine di 1 MW fossero già tantissime (come il radar Yo-Yo dell’SA-1 Guild). Certo che all’epoca, per avere il ‘lungo raggio’ non badavano a spese. Al Garibaldi gli ci sarà voluta una turbina soltanto per azionare quel radar…

    1. Parliamo, naturalmente, di potenze di picco. Lo HIPAR superava i 10 MW ed era nulla rispetto al radar di avvistamento Type 85, con una potenza combinata di oltre 50 MW ! La potenza media era decisamente inferiore.

      Sulle scelte assurde del Ministero della Difesa Italiano si potrebbero scrivere dei libri…

      1. Beh, mica tanto assurde. Gli amici degli amici non possono essere scontentati. Tanto paga Pantalone.

        Ma che radar è il Type 85?

        E sopratutto, queste potenze così elevate, non potrebbero essere usate come arma a energia diretta, già che ci sono? Basterebbe illuminare un bersaglio e…

        1. http://www.radarpages.co.uk/mob/linesman/type85.htm
          https://en.wikipedia.org/wiki/Linesman/Mediator#Primary_radar_T85
          La potenza di picco è impressionante ma non è sufficiente ad abbattere un velivolo. Un SPY-1 (AEGIS) ha una potenza di picco di 6 MW ma quella continua è di 60 kw. Alla massima potenza e a distanze ridotte è facile però “bruciare” non solo i sensori RWR o radar ma pure interferire col sistema fly-by-wire di alcuni velivoli, per esempio gli F-16. E’ risaputo che è vietato avvicinarsi ad un E-3 col radar in funzione (oltre 1 MW) a meno di 300 metri. I radar AESA possono “focalizzare” la potenza sul bersaglio ed esperimenti col radar MP-RTIP sembra abbiano confermato la possibilità di distruggere componenti elettrici a decine di km di distanza.

  4. Trovo un pò elevato il numero di Bloodhound tirati dalla Svizzera nel 1972. Il totale importato era di 204 unità, stando al SIPRI (del resto il totale prodotto era di meno di 800), avevano forse deciso di ritirare il sistema dal servizio, spendendo il 60% dell’inventario in una singola esercitazione? Mah…

    Quanto all’Argus, esso divenne un computer industriale di grande successo, tanto che è stato prodotto come tale per decenni. Non male per un missile oramai dimenticato.

  5. 1-Un appunto sul numero dei missili: a quel che ho ricostruito, il numero dei missili Bloodhound pare essere più alto di quello definito. Stando al SIPRI, i missili Mk 1 esportati sono stati solo 30 (1 btr Australia); ma gli Mk 2 sono stati ceduti a: Singapore (84, 4 btr, ex RAF); Svezia (12 btr, 96 missili); Svizzera (9 btr, 204 missili), totalizzando così la bella cifra di 384 missili Mk 2. Ovviamente a questo totale va aggiunto il totale per la RAF. Quindi o i quasi 800 Bloodhound sono solo quelli considerati per la RAF (gli Mk 2 esportati sono 300 esatti), oppure alcuni Mk 1 sono stati aggiornati come Mk 2 (mi pare un pò difficile considerando tutte le differenze).

    2- Un’altra cosa che non si capisce bene è il tipo di radar d’allerta collegato alle batterie Bloodhound. I radar Type 85 erano collegati alla batteria? Quanti illuminatori c’erano per batteria, forse uno per sezione?

    1. Purtroppo le cifre di produzione sono spesso inesatte o difficili da quantificare. Il sito Globalsecurity.org parla di parti e componenti dei missili Mk1 riutilizzati negli Mk2. Non è neppure chiaro se i missili esportati siano compresi nel totale o se la cifra di 783 missili prodotti riguardi in realtà i soli Mk2.

      I radar di primo avvistamento Type 85 non erano parte delle batterie. Fornivano solo i dati grezzi, smistati al centro locale (SAM allocator) che assegnava i bersagli alla sezione (LCP), che li localizzava e ne iniziava il tracciamento coi radar Type 86 o 87. Un radar per ogni sezione di 4-8 lanciatori, come indicato nell’articolo.

  6. Un’altra cosa sui numeri: secondo wikipedia sono stati prodotti 10.000 esemplari di SA-6.

    Il SIPRI dice che ne sono stati esportati oltre 22.000 esemplari. Solo la DDR ne ha avuti 6.500.

    E l’elenco non è sicuramente completo: non penso che l’Egitto abbia avuto solo, se ricordo bene, 750 missili, mentre se guardiamo le esportazioni dei missili Blowpipe e Rapier abbiamo circa 2.500 e 8.000 missili, ma questo sarebbe assurdo perché lascerebbe i britannici con rispettivamente 30.000 e 15.000 missili (circa), decisamente troppi visto che sarebbero, per dire, oltre 100 per lanciamissili Blowpipe. Di sicuro i dati sono incompleti, del resto esiste un mercato grigio degli aerei, figurarsi dei missili.

    1. Il SIPRI cerca di fare del suo meglio. Ma riporta spesso, come nel caso delle testate nucleari sottostimate, le dichiarazioni rese dai governi, non sempre rispondenti a verità. Molte volte la realtà appare a distanza di decenni.

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